domenica, 27 luglio 2008

ringrazio as time per la segnalazione e tashtego per l'analisi che appare ancor più corretta e stimolante anche e soprattutto alla luce delle ultime evoluzioni del Congresso di R.F.C.

analisi che mi sembra utile sia riportata in modo esplicito così da costituire un più facile esame e relativa valutazione per chi passa da queste parti

Leggo Le ragioni di una sconfitta, di Fausto Bertinotti e non credo ai miei occhi: non una sola volta, che è una, vengono nominati i principali mezzi di comunicazione di massa, radio-televisione e cinema, la cui forza di persuasione, la cui presenza ed invasività nelle menti, caratterizza il mondo in cui viviamo.

 

Non c’è nessun cenno al fatto che tra le ragioni della sconfitta della sinistra comunista, ma anche tra quelle della sconfitta del PD, ha giocato un ruolo decisivo il fatto che all’avversario sono state lasciate tutte intere le sue armi principali: la maggioranza delle reti televisive e poi radio, giornali, case editrici, eccetera.

Resto sbalordito nel sentire ripetere, anche da politici di grande attenzione ed esperienza, che le sinistre avrebbero perso contatto con la realtà del Paese e dunque perduto le elezioni.

Quale contatto col Paese può vantare il PdL?

 

Non starà invece nella capacità di comunicazione al Paese, con conseguente capacità di formazione/deformazione del senso comune, la forza elettorale del centro destra?

Perché ostinarsi a negare la novità politica sostanziale degli ultimi vent’anni e cioè l’esistenza di un’egemonia sulla visione delle cose, della realtà, da parte di un gruppo economico divenuto forza politica, egemonizzato a sua volta da un solo individuo con caratteristiche mai viste prima di mediocrità?

Perché non ammettere che, una volta al governo, per la sinistra la prima cosa da fare, non era la legge finanziaria, il rientro del debito, il risanamento e le liberalizzazioni e altre cose del genere – legate ad un’idea di (buon) governo in sé scissa dal problema della sua comunicazione – ma era una durissima battaglia politica per la riduzione del livello di potenza mediatica dell’avversario a livelli di maggiore compatibilità con un sistema democratico equilibrato?

Perché non ammettere che lì risiede la sconfitta, perché lì risiede il problema principale?

 

Ci sarebbe molto, moltissimo da dire, a saperlo fare, sui vari passaggi del documento bertinottiano e soprattutto sui suoi caratteri specifici, sulla cultura che lo produce, a cui fa riferimento e alla quale per certi versi anche molti di noi, me compreso, fanno ancora riferimento.

A leggerlo, Bertinotti sembra non vedesse l’ora di poter sciorinare la sua quindicina di cartelle (ma si sente qui e là in qualche citazione che non è riuscito ad espungere, che avrebbe voluto fossero molte di più) di analisi lirico-vetero-marxista (purtroppo di questo si tratta).

 

Ne risulta un’imbarazzante serie di falsi problemi, di domande mal poste, di definizioni che suonano pre-confezionate, senza che ci sia nemmeno un abbozzo di analisi del capitalismo mediatico (ma si parla in continuazione di «modernizzazione» e, ovviamente, di «ristrutturazione»), un abbozzo di domande su cos’è e cosa può essere una qual si voglia sinistra (cioè un movimento politico che consideri «imprescindibile il tema dell’uguaglianza») in regime di democrazia mediatica.

Persino il tema del “ruolo dell’intellettuale” è mal posto.

Come se non fosse evidente che gli intellettuali, forse per la prima volta nella Storia, sono tornati a sciogliersi nella società, dove agiscono con maggiore efficacia di quanta ne abbiano mai avuta, per due principali ragioni.

La prima è che sono parte essenziale nella produzione mediatica della narrazione quotidiana del reale, che si manifesta sotto forma di «informazione» e di «fiction», con tutte le possibili ibridazioni tra le due modalità.

La seconda è che – a suo agio da sempre nella condizione schizofrenica di oppositore collaborante – l’intellettuale lavora ormai quasi al cento per cento per il «nemico», cioè per il mercato e per il consenso, avverando la vecchia tesi sulla sua proletarizzazione.

Dunque, se non esiste più la figura dell’intellettuale organico alla sinistra, è sopravvenuta un’organicità totale, consustanziale, assolutamente determinante nel procedimento di formazione della falsa coscienza di massa, che oggi costituisce la base di quel nuovo senso comune che ha distrutto la sinistra.

I temi della cultura, dell’informazione, della conoscenza, che viaggiano ormai su potentissimi mezzi di diffusione, sono oggi assai più importanti di quelli riguardanti gli elementi strutturali del mondo in cui viviamo.

E questo, non a causa di una transizione di strutturalità da un piano ad un altro, che pure parzialmente ci dev’essere stata, ma proprio perché ne deformano a loro piacimento la percezione.

In questo modo determinano una quota di opinione, forse non maggioritaria, ma sicuramente decisiva, per la vittoria elettorale dello schieramento che detiene e gestisce i mezzi di comunicazione.

 

Eccetera.

postato da: kreben alle ore 20:48 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1   28 Luglio 2008 - 20:40
 
Io ho fatto ben poco :)))
Ciao Ben
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Commenti

categoria:politica, sinistra, comunisti, governo, opposizione